LLacta Tusuy, incontri peruviani

Llacta Tusuy

Li incontrai al Circuito Mágico del Agua, un parco acquatico di Lima. Si sarebbero esibiti da lì a poco ma io ero in partenza per raggiungere l’Amazzonia peruviana, e non avrei potuto vederli. Devo aver fatto una faccia così desolata e triste sentendo che non  avrei potuto assistere alla loro danza che uno di loro, Luis Gabriel Mancilla, mi si avvicinò chiedendomi chi fossi e il perché di tanto dispiacere: risposi che sono una giornalista italiana e che ho rincorso invano questa danza per tutto il mio viaggio iniziato dalla Bolivia verso il Cile e terminato in Perù, sigh, sigh, sigh… ma i peruviani ed i sudamericani tutti non si perdono d’animo di fronte alle difficoltà e prontamente Luis mi dice che avrebbe parlato con un altro elemento del gruppo, il direttore creativo Freddy Rosas Aquino, e gli avrebbe chiesto la possibilità di danzare per me al mio rientro a Lima… per me? ho capito bene per me? Una settimana dopo Luis Gabriel mi viene a prendere al centro di Lima per accompagnarmi nel parque Huiracocha del distrito de San Juan de Lurigancho: è qui che spesso vengono ad allenarsi ed oggi lo faranno per me.

La giornata non è fra le più belle, manca il sole e sembra che da un momento all’altro possa venire a piovere con l’aggravante che da lontano si sta alzando una coltre di nebbia che sembra voler oscurare l’intera città, ma quando i ballerini tirano fuori dai grandi sacchi neri i costumi tutto sembra illuminarsi attorno a noi. 

Tutti i colori del Sudamerica si sono dati appuntamento qui oggi e daranno forma ai costumi  dei danzatori del gruppo Llacta Tusuy  che in lingua Quechua vuol dire Pueblo Baila. Sono ragazzi giovanissimi che circa 18 anni fa il loro direttore creativo, Freddy Rosas Aquino, ha riunito sotto la ASOCIACIÓN CULTURAL LLACTA TUSUY, con lo scopo di mantenere in vita e tramandare una danza che ha origini boliviane e che ha la sua massima espressione, qui in Perù, nella città di Puno considerata la capitale peruviana del folclore.

Con grande minuziosità e con la calma che contraddistingue i popoli del Sudamerica i danzatori si preparano ad indossare gli elaborati costumi e tutti i gesti sono accompagnati da quella ieraticità che precede un rituale sacro. Sembra un abito componibile, come una struttura lego: tutta una serie di pezzi di stoffa, finemente bordati e dai colori audaci che simboleggiano forza e potenza, vengono legati con lacci e spille fino a comporre un intricatissimo abito.

Molti sono i segni distintivi del  ‘traje’ (costume) di questa danza: per gli uomini la cintura in vita, detta Chumpi,  e le due che partono dalle spalle e si incrociano in vita, le Crusadas; per le donne non sposate un cappello molto stravagante decorato con piume, nastrini colorati e specchi; le Sicas, quelli che noi chiameremmo scaldamuscoli di lana multicolore che formano dei rombi su tutta la lunghezza, le rustiche Abarcas, ovvero i sandali realizzati dai copertoni delle macchine che non appena messo piede fuori dalle grandi città li sono normalmente indossate anche nella quotidianità.

I ricami dei costumi sono interamente fatti a mano, recano simboli della natura animale e vegetale uniti a simboli della cosmologia andina. A guardarli sembrano l’intimo testamento di popoli lontani che hanno voluto lasciare traccia della loro emotività fra le pieghe dei tessuti, un’eredità che i componenti del Llacta Tusuy hanno raccolto e che custodiscono con grande gelosia.

Se ognuno di questi segni potesse parlare racconterebbe l’intera storia del popolo peruviano. Neanche i danzatori conoscono fino in fondo il significato di tutti i simboli, sanno solo che in questi disegni c’è tutto il loro passato che va difeso con forza e la danza è un veicolo per raggiungere lo scopo. 

Il passato di questo popolo ha avuto ‘grandi incontri’ con genti di altri mondi lontani, devastanti, distruttivi, spersonalizzanti, ma comunque ‘grandi’, che spesso hanno portato a fondere, quando non riuscivano ad annientarla, la propria cultura con quella dello sconfitto, e questi incontri hanno dato vita a dei sincretismi culturali e religiosi molto forti. Ecco perché in questa policroma mappa di segni, di storie, di simboli, di divinità si trova appuntata l’icona assoluta dell’altro dio, un dio sconosciuto ai tempi in cui il telaio delle popolazioni preispaniche tesseva i suoi riti.

‘Se non hai fede balli a vuoto’ dice Freddy, il direttore creativo degli Llacta Tusuy,  prima di avviarsi davanti alla croce per inginocchiarsi e rendere omaggio alla Virgen. In lontananza alcuni bambini attendono con reverenziale rispetto la performance ed io intanto mi chiedo: per chi danzano esattamente questi ballerini? per l’amata Virgen o per tutte le divinità che portano indosso?

La danza Tinku, il cui termine in  quechua vuol dire ‘incontro’ e nella lingua aymara ‘attacco fisico’, nasce da un rito ancora oggi in uso. Ha origine nella Bolivia  di epoca pre-incaica e come la maggior parte dei rituali andini pre-ispanici è rivolto alla venerazione della Dea Pachamama, la Madre Terra che, secondo le credenze degli indios,  in cambio di raccolti abbondanti e generosi chiedeva in cambio sacrifici di sangue e che dopo la colonizzazione spagnola e la conseguente cattolicizzazione è stata sincretizzata con la Madonna.

A fronteggiarsi erano spesso le comunità antagoniste ma non per decretare la supremazia di una sull’altra, su questo gli antropologi sono molto chiari: lo scopo era versare sangue in offerta alla Pachamama attraverso la lotta, ed ovviamente lottare con un ipotetico nemico è più facile. Accadeva e tuttora accade che qualcuno aspettasse i giorni di festa, e quindi la danza, per risolvere conti in sospeso, e se gli scontri terminavano con il sangue la madre terra ne era contenta e avrebbe ringraziato donando grande prosperità nei raccolti.

Erano le donne ad aprire la danza, formavano dei cerchi e,  quando cominciavano a cantare, al centro del cerchio si riunivano gli uomini che davano inizio alla lotta. Il combattimento  avveniva in posizione semi accovacciata, piegati in vita, muovendosi in circolo dando vita a quel tipico movimento da cui si è originata poi la danza. In origine gli uomini usavano nascondere pietre nelle mani per dare maggior impatto ai pugni o semplicemente per lanciarle all’avversario e nei casi più cruenti avvolgevano sui pugni  strisce di stoffa a cui erano attaccati pezzi di vetro o si inguantavano con artigli di bronzo.

Oggi, in tutta la Bolivia e anche in Perù, come mostra il gruppo Llacta Tusuy, il Tinkuy è una danza folclorica e niente altro, ma in due regioni boliviane, la Mahca e Potosì, i balli rispettano ancora il cerimoniale tramandato dai nativi e i bambini vengono addestrati fin da piccoli alla lotta e alla morte. Indossano cappelli duri come elmi realizzati con pelli di animali e mostrano una notevole abilità fisica molto simile al pugilato. I festeggiamenti durano tre giorni, scadenzati dai banchetti e dall’alcool, e sono controllati da un arbitro che corrisponde alla massima autorità della comunità: il sindaco e il Jilakata (capo nella tradizione Aymara) che negli ultimi anni hanno proibito l’uso delle pietre e dei guanti artigliati, ma ciò malgrado devono spesso intervenire per separare uomini e donne sanguinanti. Del resto, il rituale parla chiaro: lo sconfitto deve versare sangue in abbondanza come sacrifico alla Pachamama-Virgen, e non è raro che la violenza possa sfociare nella morte. In passato e velatamente anche oggi, per quelle comunità, non ci si poteva sposare se non si aveva mai partecipato al rito e un uomo non è un vero uomo se non ha mai combattuto nel Tinkuy.

La danza che oggi si balla in tutta la Bolivia e in Perù è un’espressione artistica che deriva da questo cerimoniale e se ci sono gruppi, come lo Llacta Tusuy, che ancora la tengono in vita è perchè dietro ad una apparentemente semplice performance si celano le loro origini e tradizioni che vanno vissute e mostrate, come hanno fatto oggi con me. Grazie!

 

 

 

fotogallery

intervista a Freddy Rosas Aquino

Freddy Rosas Aquino, il direttore creativo del gruppo Llacta Tusuy, mi ha raccontato molte cose sul Tinkuy, ma la cosa più bella è il fatto che lo scopo del gruppo non si ferma alla danza ma ha anche scopi umanitari: più volte l’anno organizzano raccolta fondi per portare doni ai bambini meno fortunati.

 

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