L’infinito silenzio della steppa mongola

Una parte del mio progetto dedicato ai pastori nomadi della Mongolia premiato al Budapest Foto Awards con il Bronze Winner 2020 nella categoria people-culture.

Ho lasciato la capitale Ulan Bator alla volta della steppa mongola con un solo desiderio, incontrare le popolazioni nomadi. Sapevo che mi aspettavano parecchi chilometri su polverosi sentieri appena accennati prima di poterne incontrare, ma sapevo anche che i paesaggi avrebbero ripagato la mia fatica. Sono in un paese grande cinque volte l’Italia, che conta circa tre milioni di abitanti di cui la metà risiede nella capitale; la restante parte si divide fra gli abitanti di piccoli centri urbani costituiti da poche abitazioni in legno e qualche negozio, e quelli che vivono negli interminati spazi delle praterie; questi ultimi sono i nomadi, appunto. Praticano una pastorizia di sussistenza, allevando cavalli, ovini, bovini, ottenendone tutto quello di cui necessitano: cibo, latte, vestiti. Ironia della sorte, il paese con la più bassa densità di popolazione al mondo ha la più alta concentrazione di animali da allevamento della terra.

Pastori nomadi della steppa mongola

Lasciata la città si abbandonano anche le strade e si entra come per magia in una natura senza confini: scenari stupefacenti e mozzafiato di altipiani verdeggianti si alternano a distese di praterie. Spazi infiniti di steppe desolate, non un solo albero e non un cenno di civiltà per centinaia di chilometri, una distesa non sempre verde punteggiata ogni tanto da una mandria di cavalli allo stato brado, un gregge di capre, mucche, yak e cammelli. Arrivare qui significa perdersi, abbandonarsi al senso del nulla, un nulla che diventa più importante del proprio respiro, un nulla che si concretizza in un infinito silenzio dove un qualsiasi fruscio si perde nella vastità e diventata ovattato.

Pastori nomadi della steppa mongola

Ho percorso questo paese da Ulan Bator fino al deserto del Gobi e poi risalendo verso il nord, a bordo di un fuoristrada alla cui guida ho avuto la fortuna di avere una persona che conosceva perfettamente le piste sterrate, altrimenti sarebbe stato difficile orientarsi: il clima è così incostante che basta un temporale per cancellare i solchi appena tratteggiati lasciati dalle auto, unica parvenza di pista percorribile. Lungo il cammino ho spesso trovato stalle vuote e abbandonate, e questo perché i pastori tendono ad adattarsi alle esigenze degli animali seguendoli nelle loro migrazioni stagionali. Questo stile di vita li ha portati a concepire la loro particolare abitazione smontabile e trasportabile, la gher: una struttura rotonda di legno coperta da teli e feltro tenuti ben stretti da corde, con un’apertura rotonda al soffitto che accoglierà il tubo della stufa a legna. La si monta in due ore e in mezz’ora la si smonta; grazie alla sua flessibilità e leggerezza la si carica facilmente su di un camioncino e la si trasporta verso la meta successiva. È all’interno di abitazioni come queste che ho dormito lungo tutto il mio viaggio.

Pastori nomadi della steppa mongola

I pastori hanno da qualche anno scoperto il turismo e spesso accanto alle loro gher personali ne aggiungono altre da destinare agli avventori, che con appena 15 dollari possono trovare cibo e riparo. È meraviglioso svegliarsi con i versi degli animali che spinti da questi cavalieri si allontanano nella steppa fino a perdersi in quell’orizzonte che come una lama taglia in due il paesaggio, vedere le donne rientrare con i secchi trasbordanti di latte appena munto, assistere alla vivisezione di una motocicletta, nuovo status symbol degli ultimi anni, per ripararne un pezzo rotto o malfunzionante, il tutto immersi in una pace disarmante. Sarà questo l’eden?

Pastori nomadi della steppa mongola

Questo tipo di ospitalità mi ha permesso di vivere più da vicino le loro abitudini e grazie alla mia guida ho potuto comunicare con alcuni di loro per comprendere quali insidie si celano dietro questa pace apparente, e quali sono le gravi problematiche che scandiscono la loro esistenza.

Squarciando quel cielo terso e azzurro che sembra uscito dalla tavolozza di un pittore rinascimentale ne emerge una realtà dura, difficile e carica di sofferenza.

Pastori nomadi della steppa mongola

A governare la vita dei pastori nomadi è il clima, lo dzud, è così che chiamano le innumerevoli avversità del meteo. È colpa dello dzud bianco se la neve impedisce alle bestie di raggiungere il foraggio e quindi di nutrirsi; lo dzud nero è quando si verificano i mesi di grande sete per mancanza di precipitazioni; ed infine c’è il grande freddo dell’inverno, sette mesi l’anno, in cui le temperature vanno sotto i meno 40 gradi e oltre, uccidendo gli animali che non hanno potuto nutrirsi bene nel periodo estivo. Ed il futuro non è roseo perché il cambiamento climatico degli ultimi anni rende tutte queste avversità imprevedibili.

Pastori nomadi della steppa mongola

Nella passata epoca socialista, deprecabile per molti aspetti, i pastori afflitti dalle disgrazie potevano contare su di un supporto governativo, venivano aiutati con la distribuzione di mangime e riserve di cereali. Con la democratizzazione si sono trovati d’un tratto da soli, padroni di un capitale a quattro zampe da difendere dal clima e da un mercato competitivo, a cui non erano preparati.

Ci sono stati aiuti da organizzazioni non governative e questo li ha portati a capire che unendosi potevano aiutarsi reciprocamente a fronteggiare i disastri causati dai devastanti inverni; è così che sono nate le comunità. La cooperazione permette di tamponare le sciagure condividendo il fieno raccolto in estate, aiutandosi l’un l’altro nei lavori di riparazione degli ovili e, cosa ancora più importante, organizzando la rotazione dei pascoli permettendo alla vegetazione di rigenerarsi. Ma tutti questi sforzi non bastano perché oltre il freddo, a mettere a serio rischio l’economia dei pastori nomadi ed il futuro delle loro tradizioni, ci sono i disastri causati dall’uomo per assecondare il boom del settore estrattivo, che da un lato, negli ultimi anni, ha dato un importante impulso economico al paese, ma dall’altro ne ha degradato l’ambiente naturale e le sue preziose risorse idriche.

Pastori nomadi della steppa mongola

Il sud della Mongolia, in prossimità del deserto di Gobi, è ricco di metalli e minerali, oltre a contenere il più grande deposito di carbone al mondo. Qui, circa 10 anni fa, è nata la Oyu Tolgoi, il secondo giacimento di rame e oro del pianeta (venti chilometri di depositi sotterranei, 450 mila tonnellate di rame e 9,3 di oro all’ anno) che ha dato al paese uno scossone economico senza pari. Briciole per il governo mongolo ovviamente, la vera pagnotta va alla compagnia anglo-australiana Rio Tinto e ai canadesi di Ivanhoe Mines, del resto solo le multinazionali straniere dispongono dei capitali per trasformare gli elementi in risorse. Questi signori, per far bene il loro lavoro, hanno raso al suolo interi paesaggi, e con il dragaggio e i cannoni d’acqua ad alta pressione hanno cambiato il corso dei fiumi, e per completare l’opera hanno inquinato le acque con l’utilizzo del mercurio, sostanza altamente cancerogena, usato per separare l’oro dalla roccia. Se gli abitanti di queste valli percorrono ogni giorno 30 chilometri per andare alla sorgente e fare rifornimento d’acqua per la famiglia, lo stesso non si può dire per gli animali che, bevendo da queste rive, accumulano grandi quantità di queste sostanze che si trasmettono alle persone attraverso il consumo di carne o di latte, elementi che stanno alla base della loro dieta visto che a causa del clima manca ogni forma di agricoltura.

Pastori nomadi della steppa mongola

Nulla di questa realtà arriva al turista che arriva qui solo da giugno ad agosto, a lui la Mongolia appare come un paradiso: il clima è gradevolissimo, asciutto e salubre, con temperature che di giorno vanno dai 25 ai 30 gradi; soggiorna nei ‘campi gher’ per turisti in cui può trovare bagni comuni con il water, può fare la doccia in alcuni casi anche calda e consumare il pranzo in una sala ristorante seduto comodamente ai tavoli. Da qui può fare meravigliose passeggiate negli sterminati spazi della steppa ammirando una natura incontaminata; guarda i bambini che già all’età di 4 o 5 anni stanno a cavallo; assiste alla quotidianità del pastore che dall’alba al tramonto è dedito al suo gregge. Tutto questo avvolto in un silenzio infinito che se avesse voce parlerebbe della resilienza di questo popolo, quella resilienza che dà la forza agli ultimi pastori nomadi della steppa di continuare il loro stile di vita millenario, malgrado le innumerevoli difficoltà.

Pastori nomadi della steppa mongola

Francesco Cito ha curato il progetto nella sua totalità con una meticolosità che solo un grande maestro può rivolgere ad un piccolo allievo.

https://budapestfotoawards.com/winners/bifa/2020/5312/

visiona l’intero progetto fotografico nella sezione portfolio del sito. L’infinito silenzio della steppa mongol

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