YUNNAN. Dali e il Tay

Le mie considerazioni su Dali sono simili a quelle già fatte per Lijiang (l’articolo completo qui) quindi non mi ripeto. La città vecchia era la capitale dell’antico Regno Nanzhao pertanto è tempestata di edifici storici meravigliosi che ahimè ora ospitano botteghe di ogni tipo che cercano di soddisfare le esigenze dei turisti che qui, come a Lijiang, sono numerosi.

Se la quasi totalità dei visitatori che in Yunnan viene a cercare immagini di una Cina romantica che altrove non trovano più, sono cinesi, in questa regione quasi il 50% degli abitanti sono minoranze etniche.  Come ho già scritto (qui) su 56 gruppi di etnie ufficialmente registrati in Cina, nella provincia dello Yunnan se ne possono trovare 26. Dali è popolata da un’esotica mescolanza di etnie che convivono  piuttosto pacificamente sono i Bai, gli Yi, e gli Hui, li si può incontrare prevalentemente nei mercati locali.

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I mercati dello Yunnan, brulicanti di gente, sono caratterizzati da odori intensi, colori vivaci e un’atmosfera esotica, sono luoghi dove si incontra la cultura locale, offrono uno spaccato realistico della vita quotidiana, con la vendita di prodotti agricoli freschi, formaggi di yak, funghi, radici di loto, e carne, talvolta con condizioni igieniche diciamo molto tradizionali.

L’Etnia Bai, a Dali, è il gruppo predominante, che ne ha plasmato la storia nel corso dei secoli. I Bai sono noti per le loro case tradizionali in legno, i costumi colorati, l’agricoltura, le specialità culinarie, e per l’arte tintoriale.

Chiamata Tie-Dye, o tintura a nodi, è un’antica arte tessile cinese. Utilizza piante di indaco naturali su tessuti di cotone o lino, piegati e legati a mano per creare intricatissimi motivi astratti.

Il processo è molto interessante e apparentemente non semplice, richiede abilità e maestrie che queste donne si tramandano da secoli,  consiste nel piegare e annodare il tessuto bianco prima di immergerlo in coloranti naturali estratti da piante, da fiori, radici, cortecce, o minerali, il blu per esempio è ricavato dalla fermentazione delle foglie di piante come l’Indigofera o l’Isatis tinctoria.

Ad una prima immersione il tessuto appare verde, ma assume il caratteristico colore blu indaco a contatto con l’aria per ossidazione.

Questa tecnica non è solo un processo produttivo, ma è la rappresentazione culturale e identitaria di un popolo.

 

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